La storia di Marco, gran lavoratore e padre di famiglia, è la storia di un trauma antico, che non è stato iscritto nella narrazione della sua vita. È rimasto lì, congelato a lui stesso e in famiglia, che ha colluso con lui contribuendo a mettere nell’ombra l’evento, “nessuno ne doveva parlare per non far star male l’altro”. E così non se ne è più parlato, ma quell’incidente, in quel maledetto stop, dove ha perso la vita un suo caro amico, ritorna fuori, in maniera inconsapevole, ogni volta che Marco ha dei comportamenti autodistruttivi per sé stesso e nei confronti della compagna, come modalità autopunitiva, di espiazione della colpa. Marco, infatti, si sente responsabile, ma ha pagato per quello che è successo solo legalmente; emotivamente la rabbia e il dolore non li può mostrare, tantomeno sentire. Tutte le persone che ha incontrato dopo il fatidico evento conoscono un altro Marco, forte, simpatico, con una voglia di scherzare che lo porta ad essere molto conosciuto, soprattutto in ambito sportivo. Ma lui non racconta nulla di sé, anche la sua compagna conosce poco della sua storia. Marco, infatti, si domanda se potrà essere ancora amabile dopo quello che ha fatto. Il lavoro che abbiamo fatto insieme è stato un percorso lungo che ha, piano piano, sostituito all’autopunizione dinamiche riparative per quello che è successo al fine di riconciliare questo evento alla sua vita, per integrare l’esperienza alla sua storia e non lasciarla congelata e cristallizzata, non accessibile. Insieme abbiamo riguardato le foto, utilizzato oggetti in modalità simbolica, per dare voce a quelle emozioni tanto trattenute, finché Marco è riuscito ad andare al cimitero a ritrovare il suo amico. Ho anche incontrato la sua compagna che ha ascoltato la sua storia, quei pezzi che le mancavano per conoscere a fondo il suo compagno. Marco però continua ad essere molto protettivo nei confronti dei suoi familiari, non vuole ripercorrere con loro quello che è successo, arrecherebbe loro troppo dolore, soprattutto alla madre. E io ho rispettato la sua volontà di fermarsi, per ogni cosa c’è un tempo idoneo, Marco ha recuperato tanto, ha fatto tanta fatica nel nostro percorso, ma quando abbiamo deciso di concludere stava meglio, ha ricominciato a vivere e a relazionarsi con familiari e amici in maniera più funzionale. Dopo più di un anno dalla conclusione del nostro percorso lo contatto per chiedergli l’autorizzazione a pubblicare la sua storia. In quella telefonata mi informa che, molto serenamente, è andato alla cena di classe. Marco ha potuto tornare indietro e riconnettersi con quel passato che tanto ha cercato di escludere dalla sua vita.

La storia di Marco è un esempio di come i traumi irrisolti e antichi condizionino il nostro presente, noi stessi e le nostre relazioni. Invece, un trauma, seppur doloroso, deve essere trattato, la memoria traumatica e ferita deve trasformarsi in memoria narrativa, per aiutare sé stessi e per evitare tramandare il dolore inelaborato alle generazioni future, come è successo nella storia di Gloria che puoi trovare qui.

Nel mio lavoro clinico, spesso, aiuto le persone a elaborare eventi del passato che, come delle ferite aperte, condizionano la loro vita. Ricevo a: